domenica 15 agosto 2010

dovere e finalismo

Ho aggiornato la pagine sull'etica del wiki di filosofico.org, come segue:
il fondamento dell'etica

«Conviene» o «bisogna» (fare così)? La prospettiva scettico-relativista nega l'esistenza di un obbligo morale, che viene invece affermata dalle altre impostazioni (non classificabili, ci risulta, con un unica denominazione). In effetti il campo dele etiche non-relativistiche è più ampio di quello delle teorie della conoscenza non-relativistiche: emblematico rimane il caso di Kant, che non cessa di avere anche nell'attuale panorama filosofico un seguito consistente.

Tuttavia un vero fondamento dell'obbligo morale, a nostro avviso, suppone un riferimeno alla Trascendenza: solo se esiste l'Infinitamente perfetto, a cui debbo tutto (avendomi dato l'essere e avendolo dato a tutto il finito), devo, al contempo per gratitudine e perché da Lui spero il mio totale compimento, la felicità, seguire le sue indicazioni, da lui iscritte anzitutto nella mia natura, e specificate poi soprannaturalmente nella Sua rivelazione.

Non esiste in effetti reale alternativa tra dovere e finalismo: nella mia natura è iscritto il desiderio di perfetta felicità, che superi perciò la barriera della morte, che mi spinge a seguire tutto ciò che mi porta a compierlo (la legge morale, a cui sono obbligato, ma non kantianamente, non senza una ragione). Non vi è un «fai così perché devi», ma un «fai così, se vuoi essere perfettamente felice, ciò che non puoi (non sta a te) non volere». L'ipoteticità dell'imperativo non lo flette in direzione relativistica, ma ne mantiene tutta la forza di obbligazione.

sabato 24 luglio 2010

il problema più urgente

Abbiamo già annotato come la filosofia non possa essere distaccata curiositas, ma mobilitante impegno di chiarificazione intellettuale mosso dall'urgenza delle domande esistenziali.
Così i problemi più urganti sono 1) quello della morte (e del male) da un lato e 2) quello del desiderio, dall'altro: in realtà si tratta del medesimo problema, considerato da due lati, quello 1) negativo e quello 2) positivo.
Ma per rispondere a tale problema - del compimento - occorre risolvere il problema della Trascendenza: solo se Dio esiste l'immortalità vera ci è assicurata, e una decente risposta al problema del male e del desiderio di felicità.
Quello di Dio, della Sua esistenza è allora il problema più urgente.

martedì 20 luglio 2010

Putnam come pensatore ebraico

Farà storcere il naso a molti, convinti della immacolata purezza della filosofia, ma voglio comunicare questo pensiero, a cui del resto non attribuisco alcuna pretesa di assolutezza, essendo solo una ipotesi: che Putnam sia in qualche modo influenzato dalla sua religione di appartenenza nel nucleo del suo pensiero filosofico, soprattutto relativamente al problema del riferimento.
Vi è in effetti in lui il senso della trascendenza della realtà al concetto, in cui è possibile vedere un riflesso del senso ebraico, della ineffabilità della Realtà (divina): ineffabile, concettualmente inesauribile, trascendente, ma al contempo centrale, senso senso che tutto deve ruotare attorno al reale(/Reale). In questo senso Putnam non è molto kantiano: per Kant il noumeno è al-di-là e tutto ruota attorno al soggetto, all'immanenza soggettiva. Per Putnam invece l'ultima inafferrabilità concettuale del reale non spinge a un ripegamento sull'armatura concettuale soggettiva, ma proietta comunque sull'oggettività.

giovedì 8 luglio 2010

teorie del riferimento: abbozzo di proposta

Mi sembra che su questo problema hanno più ragione Putnam/Kripke specie per quanto riguarda gli individui (benché eccedano nell'accentuare la inconcettualizabilità del riferimento), mentre hanno più ragione Searle e descrittivisti nel caso di essenze universali (benché eccedano nell'ipotizzare una esauriente concettualizzabilità).
Probabilmente la chiave di volta per una soluzione sta nella distinzione tra conoscere e concettualizzare: il riferimento non è concettualizzabile (parte di verità di Putnam), ma è conoscibile (parte di verità di Searle).
Qual è il livello della conoscenza in cui ciò si può dare? LO abbiamo suggerito altrove (sul wiki di filosofico).

mercoledì 7 luglio 2010

teorie del riferimento: Terre Gemelle

E' noto l'esperimento mentale di Terre Gemelle proposto da Putnam, volto a sostenere che il riferimento è nelle cose, non nella mente, per cui si possono anche avere due realtà diverse (l'acqua sulla terra e una sostanza in tutto simile all'acqua ma chimicamente diversa) soggettivamente rappresentata nello stesso modo (si può averne la stessa rappresentazione mentale).
L'obiezione che ci sembra debba esere fatta a tale esperimento mentale è che non pare possibile che due realtà diverse appaiano in tutto e per tutto identiche. Lui stesso risponde a tale obiezione sostenendo che non è in effetti necessario/possibile che siano conosciute tutte le caratteristiche di una cosa. Controobiezione : per dichiarare la differenza occorre conoscere le caratteristiche differenti (rappresentandole mentalmente)

sabato 19 giugno 2010

senso e riferimento

Questo problema, divenuto da Frege classico nella filosofia analitica, non è in realtà nuovo, come riconosce Putnam, che lo riconduce additittura ad Aristotele (in Rappresentazione e realtà, cap. 2). In qualche modo ad esso si riconduce la distinzione scolastica, su cui ad esempio insiste molto Maritain, ne I gradi del sapere, tra oggeto materiale (riferimento) e oggetto formale (senso).

La realtà (riferimento) trascende il concettualizzabile (senso), pur rendensi presente in esso, ossia la nostra conoscenza è sempre prospettica (oggettiviamo questo o quel senso, parziali, della totalità della cosa-riferimento).

mercoledì 7 aprile 2010

quale filosofia

Ognuno di noi potrebbe morire oggi, tra un'ora, tra un minuto. Per questo la filosofia, urgente meditazione sul senso dell'esistere, non può permettersi il lusso di essere “per domani”. Deve essere per oggi, “per adesso”. Per adesso non nel senso di “provvisoriamente”, ma anzi nel senso di “compiuta adesso”, almeno nel suo nucleo essenziale.
Una filosofia che non servisse ora, per me, qui, non sarebbe utile, fallirebbe il suo scopo.
Per questo il metodo analitico può solo avere un valore ausiliario, ancillare. Per semplice o semplificato che sia, voglio il tutto, ora, qui.
L’essenziale o è dato ora, o non lo sarà mai. Non può essere complicato: o è semplice (lo è se c’è il Mistero buono creatore di tutto, che non può dare lo scorpione del dubbio al posto del pane della verità) o non è (non sarebbe se alla base di tutto ci fosse il nulla, ma allora a che varrebbe una paziente e umila analisi?).
Una analisi del linguaggio che non ci dicesse qualcosa, e qualcosa di certo, su ciò che è la realtà, su ciò che noi siamo in realtà, sul nostro destino, non potrebbe pretendere di esaurire lo spazio della ricerca filosofica, ma dovrebbe, più umilmente, concepirsi come integrazione complementare e accessoria. Utile, ma subordinata.